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Cliché nella scrittura: perché indeboliscono un testo (e quando invece funzionano)

Immagine del redattore: Elisa Lucchesi
Elisa Lucchesi
9 set
Tempo di lettura: 4 min
Desk with notebook, pen, swatches, plant, and glass; Italian text overlay reads Note a margine, Scrivere lontano dai cliché #01

“Il cuore le martellava nel petto.”

“Le si gelò il sangue nelle vene.”

“Un brivido le corse lungo la schiena.”


Non c’è niente di sbagliato, grammaticalmente, in queste frasi. E non c’è nemmeno niente di difficile da capire.

Anzi, forse è proprio questo il problema.

Le abbiamo incontrate così tante volte che non abbiamo più bisogno di immaginarle davvero. Le riconosciamo, ne recuperiamo immediatamente il significato e andiamo avanti.

Il personaggio ha paura. Ricevuto.


Ma che cosa abbiamo visto di quel personaggio, di quella paura, di quella scena?

Poco o niente.

Una formula già pronta ci risparmia il lavoro di osservare davvero ciò che sta succedendo. E quando la usiamo per automatismo, finiamo spesso per raccontare una paura, una felicità o un dolore che potrebbero appartenere a chiunque.


Quando un'immagine smette di essere un'immagine


In Lolita, Nabokov scrive:

«Freddi ragni di panico mi corsero giù per la schiena.»

La sensazione di partenza non è particolarmente insolita: qualcosa di freddo che percorre la schiena quando abbiamo paura.

Quello che cambia è la forma che quella sensazione assume.

Ci sono il freddo, il movimento, qualcosa che striscia sulla pelle. Quei “ragni” trasformano una sensazione astratta in qualcosa che quasi possiamo sentire fisicamente.


Confrontiamola con:

Un brivido gli corse lungo la schiena.

La seconda frase ci consegna già il significato. Non dobbiamo fare praticamente nulla.

Nella prima, invece, l'immagine ci costringe per un istante a fermarci.

Ed è questa una delle ragioni per cui le formule abusate possono perdere forza: diventano prevedibili e smettono di produrre quella sensazione di scoperta che una buona immagine può generare.

Questo, però, non significa che ogni frase debba essere sorprendente.

Ed è qui che spesso nasce il problema opposto.


Eliminare un cliché non significa cercare la metafora più strana possibile


Prendiamo una frase semplicissima:


  1. Era al settimo cielo.


Potremmo decidere che è troppo generica e sostituirla con:


  1. Era felice come un gabbiano che scopre una montagna di patatine fritte.


Originale? Sicuramente più della prima.

Migliore?

Non necessariamente.

Perché l'originalità non è un valore indipendente dal resto del testo. Deve essere coerente con voce, personaggio, punto di vista, tono e situazione.

Non dobbiamo stupire il lettore a ogni riga.

Se ogni emozione produce una metafora acrobatica, se ogni gesto diventa un'immagine mai vista prima, il risultato rischia di essere artificioso quanto il testo pieno di frasi fatte.

La domanda, quindi, non è:


“Come posso dire questa cosa in maniera più originale?”

ma:

“Come si manifesta, qui, questa cosa?”


Dalla formula generica al dettaglio


Torniamo a:

Era al settimo cielo.

Sappiamo che il personaggio è felice. Ma proviamo a fare qualche domanda.


  • Ride mentre parla?

  • Non riesce a stare fermo?

  • Chiama immediatamente qualcuno?

  • Rilegge per la quinta volta lo stesso messaggio?

  • Si accorge dopo dieci minuti di stare sorridendo da solo?


Non esiste una risposta universalmente migliore. Ed è proprio questo il punto.

Più siamo specifici, più la scena appartiene alla nostra storia.

“Era al settimo cielo” potrebbe appartenere a centinaia di personaggi diversi. Rileggere cinque volte il messaggio appena ricevuto potrebbe già dirci qualcosa di quello che abbiamo davanti.


Sostituire una parola con un’altra apparentemente equivalente non rende automaticamente una frase più precisa o più originale. Le parole non sono intercambiabili: ognuna porta con sé sfumature, immagini, ritmo e associazioni diverse.

Per questo, davanti a un cliché, può essere più utile chiedersi che cosa vogliamo davvero raccontare prima ancora di cercare un altro modo per dirlo.


Ed è un principio utile anche nella caratterizzazione: formule generiche come “era una ragazza solare” dicono al lettore come interpretare un personaggio, ma non gli forniscono necessariamente elementi concreti attraverso cui conoscerlo.


Quindi i cliché vanno sempre eliminati?


No.

Una frase fatta può essere esattamente ciò che serve.

Pensiamo soprattutto ai dialoghi. Nella vita reale parliamo continuamente attraverso modi di dire, formule ricorrenti, espressioni che abbiamo sentito altre mille volte.


Immaginiamo:

Marta si lasciò cadere sulla sedia.

«È finita.»

Luca le versò il vino senza guardarla.

«Dai. Morto un papa se ne fa un altro.»


Qui morto un papa se ne fa un altro non deve produrre un'immagine originale.

Sta facendo un altro lavoro. Ci racconta Luca.

Può suggerirci il suo modo di parlare, la sua incapacità di trovare parole più delicate, il tipo di rapporto che ha con Marta. Magari è esattamente il genere di banalità irritante che direbbe proprio lui in quel momento.


Il cliché in questo caso diventa una SCELTA del personaggio.

Il parlato quotidiano contiene inevitabilmente formule già sentite e queste possono contribuire alla caratterizzazione, purché non diventino il modo automatico con cui tutti i personaggi parlano.


La domanda utile durante la revisione


Quando rileggi il tuo testo, quindi, non partire con Ctrl+F alla ricerca di ogni cuore che batte, sangue che gela o brivido lungo la schiena.

Cerca piuttosto:

  • frasi fatte e metafore già sentite;

  • formule generiche che potrebbero appartenere a qualsiasi storia;

  • immagini utilizzate automaticamente;

  • espressioni ricorrenti;

  • parole di moda che sembrano essersi infilate dappertutto.


Poi, davanti a ciascuna, chiediti:

Questa frase appartiene davvero alla voce del mio testo?

E subito dopo:

Sta facendo qualcosa oppure è semplicemente la prima espressione che mi è venuta in mente?

Se funziona, può restare.

Se invece ti accorgi che hai scritto il cuore le martellava nel petto semplicemente perché dovevi comunicare paura e quella era la prima immagine disponibile, allora vale la pena fermarsi.

E chiedersi come ha paura proprio quel personaggio, proprio lì, proprio in quel momento.

Ed è spesso da quella domanda che comincia la revisione interessante.

Sono Elisa Lucchesi, editor, revisore e writing coach.

Con Note a margine raccolgo dubbi, errori ricorrenti e piccoli grandi problemi che emergono quando si scrive e, soprattutto, quando si torna sul proprio testo per

revisionarlo.


Hai terminato il tuo manoscritto e vuoi iniziare a lavorare sulla revisione?

Scrivimi a elisalucchesi@elibrieditoria.it e ne parliamo insieme: la prima call conoscitiva è gratuita.

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